

Fascismo - domande
Leggere Terza posizione: l’alternativa europea del XX secolo!!!
Origini e ascesa al potere
Quando e come nasce il movimento fascista?
Il movimento fascista nasce il 23 marzo 1919, a Milano, quando Benito Mussolini fonda i Fasci italiani di combattimento.
Nasce nel dopoguerra, dentro una situazione di instabilità politica, economica e sociale. L’Italia usciva dalla Prima guerra mondiale con gravi problemi: inflazione, disoccupazione, reduci difficili da reinserire nella vita civile, conflitti sociali, crisi dello Stato liberale e forte crescita dei movimenti socialisti.
All’inizio il fascismo non è ancora un regime e nemmeno un partito di massa ordinato. È un movimento politico composito, formato da ex interventisti, reduci, nazionalisti, futuristi, sindacalisti rivoluzionari, piccoli borghesi e gruppi contrari sia al liberalismo parlamentare sia al socialismo marxista.
Il suo elemento centrale è l’idea di trasformare la politica in azione diretta: piazza, mobilitazione, disciplina, violenza politica, simboli, organizzazione paramilitare e richiamo alla nazione.
Nel 1921 il movimento diventa Partito Nazionale Fascista. Da quel momento il fascismo assume una struttura più stabile e inizia a presentarsi come forza capace di entrare nel governo dello Stato.
Quali fattori economici e sociali favorirono l’ascesa di Mussolini?
L’ascesa di Mussolini fu favorita da diversi fattori collegati tra loro.
Il primo fu la crisi economica del dopoguerra. La guerra aveva aumentato il debito pubblico, creato inflazione e lasciato molti reduci senza lavoro. I salari perdevano valore, le imprese erano in difficoltà e le campagne erano attraversate da tensioni sociali.
Il secondo fu la crisi dello Stato liberale. I governi erano instabili, il Parlamento appariva incapace di dare risposte rapide e molti settori della società percepivano la classe dirigente liberale come debole.
Il terzo fu la paura della rivoluzione socialista. Dopo la rivoluzione russa del 1917 e durante il Biennio Rosso, industriali, agrari, ceti medi e parte dell’apparato statale temevano che anche in Italia potesse verificarsi una rivoluzione comunista.
Il quarto fu il malcontento dei reduci. Molti ex soldati tornati dalla guerra non trovarono riconoscimento sociale, lavoro o stabilità. Il fascismo offrì loro un linguaggio politico basato su disciplina, cameratismo, sacrificio, ordine e continuità morale dell’esperienza di guerra.
Il quinto fu il nazionalismo della “vittoria mutilata”. Una parte dell’opinione pubblica riteneva che l’Italia, pur essendo tra i vincitori della guerra, non avesse ottenuto abbastanza nei trattati di pace.
Mussolini riuscì a unire questi elementi dentro una proposta politica fondata su ordine interno, forza dello Stato, mobilitazione nazionale, opposizione al socialismo e critica al parlamentarismo liberale.
Cos’è il Biennio Rosso e come influì sulla nascita del regime?
Il Biennio Rosso è il periodo tra il 1919 e il 1920, caratterizzato da scioperi, occupazioni di fabbriche, agitazioni contadine, crescita dei sindacati e aumento del peso politico del Partito Socialista.
Nelle città industriali, soprattutto al Nord, gli operai occuparono fabbriche e rivendicarono migliori condizioni di lavoro. Nelle campagne, braccianti e contadini organizzarono scioperi, occupazioni di terre e conflitti contro i proprietari agrari.
Questo periodo influì sull’ascesa del fascismo perché rese più forte la domanda di ordine da parte di agrari, industriali, ceti medi e settori conservatori dello Stato.
Il fascismo si inserì in questa situazione presentandosi come forza capace di contrastare il socialismo sul terreno concreto: nelle piazze, nelle campagne, nei comuni e nelle organizzazioni locali.
Il Biennio Rosso non fu la causa unica del fascismo, ma creò una condizione decisiva: rese politicamente utile, per molti gruppi sociali, una forza organizzata contro il movimento socialista.
In cosa consisteva il fenomeno dello squadrismo?
Lo squadrismo consisteva nell’azione organizzata delle squadre fasciste.
Le squadre erano gruppi paramilitari che attaccavano sedi socialiste, camere del lavoro, cooperative, giornali, amministrazioni comunali controllate dalla sinistra e singoli esponenti politici o sindacali.
Le azioni comprendevano spedizioni punitive, incendi, aggressioni, intimidazioni, distruzione di sedi e controllo del territorio.
Lo squadrismo ebbe una funzione politica precisa: ridurre la capacità organizzativa degli avversari, soprattutto socialisti e sindacati, e sostituire l’autorità dello Stato con una forza politica armata presente localmente.
In molte zone agrarie, specialmente nella Pianura Padana e nell’Italia centrale, lo squadrismo fu sostenuto o tollerato da proprietari terrieri, industriali locali e settori delle autorità pubbliche, perché veniva considerato uno strumento utile contro le agitazioni socialiste.
Che cos’è la Marcia su Roma e quali furono le conseguenze politiche?
La Marcia su Roma avvenne nell’ottobre 1922.
Fu un’azione di pressione politica e paramilitare organizzata dal Partito Nazionale Fascista. Le squadre fasciste si mobilitarono verso la capitale per forzare la nomina di Mussolini a capo del governo.
Il governo Facta propose lo stato d’assedio, cioè l’intervento dell’esercito per fermare la mobilitazione fascista. Il re Vittorio Emanuele III non firmò il decreto.
Dopo il rifiuto del re, Mussolini venne incaricato di formare un nuovo governo. Il 30 ottobre 1922 arrivò a Roma e divenne presidente del Consiglio.
La conseguenza politica fu l’ingresso del fascismo nel governo dello Stato. La presa del potere avvenne formalmente attraverso una procedura legale, cioè l’incarico del re, ma dentro un contesto di pressione armata e crisi istituzionale.
Quale fu il ruolo del re Vittorio Emanuele III nella nascita del governo fascista?
Vittorio Emanuele III ebbe un ruolo decisivo perché scelse di non firmare lo stato d’assedio e di affidare a Mussolini l’incarico di formare il governo.
La monarchia valutò Mussolini come una soluzione politica possibile alla crisi. Le ragioni furono diverse: evitare uno scontro civile, usare il fascismo come argine al socialismo, superare l’instabilità dei governi liberali e mantenere il controllo monarchico sulla situazione.
Il re non consegnò formalmente tutto il potere al fascismo nel 1922. Nominò Mussolini capo di un governo inizialmente di coalizione, composto anche da liberali, popolari, nazionalisti e militari.
Tuttavia quella scelta rese possibile il passaggio del fascismo da movimento armato e partito politico a forza di governo.
Consolidamento del regime e totalitarismo
Perché avvenne il delitto Matteotti del 1924?
Il delitto Matteotti avvenne nel contesto delle elezioni del 1924 e della crisi politica successiva.
Giacomo Matteotti, deputato socialista, denunciò alla Camera le violenze, le intimidazioni e le irregolarità che avevano accompagnato la campagna elettorale. Chiese anche che il risultato elettorale fosse contestato.
Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso da un gruppo di uomini legati all’ambiente fascista.
Il fatto produsse una crisi politica molto forte. Le opposizioni abbandonarono il Parlamento nella cosiddetta secessione dell’Aventino, sperando in un intervento del re contro Mussolini.
Il re non revocò l’incarico a Mussolini. La crisi si concluse con il discorso del 3 gennaio 1925, nel quale Mussolini assunse la responsabilità politica generale della situazione e avviò la trasformazione definitiva del governo fascista in regime.
Cosa sono le Leggi Fascistissime e come abolirono la democrazia?
Le Leggi Fascistissime furono un insieme di provvedimenti emanati tra il 1925 e il 1926.
Servirono a trasformare l’Italia da sistema liberale-parlamentare a regime a partito unico.
Le principali conseguenze furono:
- rafforzamento del potere del capo del governo;
- eliminazione o scioglimento dei partiti di opposizione;
- limitazione della libertà di stampa;
- abolizione dei sindacati liberi;
- divieto di sciopero;
- istituzione del Tribunale Speciale;
- introduzione del confino politico;
- controllo sui comuni attraverso i podestà nominati dall’alto;
- concentrazione del potere politico nelle mani del governo e del Partito Nazionale Fascista.
Il Parlamento rimase formalmente, ma perse progressivamente il ruolo di luogo reale del confronto politico.
In che modo il fascismo si configurò come regime totalitario?
Il fascismo si configurò come regime totalitario perché cercò di organizzare non solo lo Stato, ma anche la società.
Il regime puntava a controllare partito, scuola, stampa, cultura, economia, sindacati, tempo libero, organizzazioni giovanili e forme di partecipazione pubblica.
L’obiettivo era creare una società politicamente inquadrata, nella quale l’individuo fosse inserito in strutture collettive controllate dal regime: partito, corporazioni, organizzazioni giovanili, dopolavoro, sindacati fascisti, associazioni femminili e organismi culturali.
Il fascismo costruì anche il culto del capo. Mussolini veniva presentato come centro della decisione politica e come simbolo dell’unità nazionale.
Il totalitarismo fascista ebbe però limiti istituzionali concreti: la monarchia rimase formalmente in piedi, la Chiesa conservò un proprio spazio autonomo dopo i Patti Lateranensi e l’esercito mantenne una struttura non completamente assorbita dal partito.
Per questo si può parlare di regime totalitario nelle intenzioni e nelle strutture di massa, ma non di assorbimento assoluto di ogni potere nello Stato-partito.
Cos’era il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato?
Il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato fu istituito nel 1926.
Era un organo giudiziario incaricato di giudicare i reati politici contro il regime e contro lo Stato. Si occupava soprattutto di oppositori antifascisti, comunisti, socialisti, anarchici, repubblicani, liberali e organizzazioni clandestine.
Il Tribunale Speciale faceva parte del sistema repressivo del regime insieme alla polizia politica, al confino e alla censura.
La sua funzione era trasformare l’opposizione politica in questione giudiziaria e di sicurezza dello Stato.
Quale ruolo svolgeva l’OVRA all’interno del Paese?
L’OVRA era la polizia politica del regime fascista.
Aveva il compito di sorvegliare oppositori, ambienti sospetti, gruppi clandestini, intellettuali, militanti politici e persone considerate pericolose per la stabilità del regime.
Operava attraverso informatori, pedinamenti, schedature, intercettazioni, rapporti riservati e collaborazione con prefetture e questure.
Il suo ruolo principale era prevenire la riorganizzazione dell’opposizione. Non interveniva solo dopo un atto politico contrario al regime, ma cercava di controllare preventivamente reti, contatti, ambienti e persone.
Cos’era il Gran Consiglio del Fascismo e quali poteri aveva?
Il Gran Consiglio del Fascismo era il massimo organo politico del regime.
Nacque come organo del Partito Nazionale Fascista, ma nel tempo assunse rilievo istituzionale. Aveva il compito di discutere e orientare le grandi decisioni politiche del regime.
Tra le sue funzioni vi erano:
- definire l’indirizzo generale del fascismo;
- partecipare alla selezione della classe dirigente;
- proporre liste elettorali;
- intervenire su questioni costituzionali;
- esprimere orientamenti su guerra, successione e struttura dello Stato.
Il suo ruolo divenne decisivo il 25 luglio 1943, quando votò l’ordine del giorno Grandi, che aprì la strada alla destituzione di Mussolini da parte del re.
Società, cultura e propaganda
Come utilizzava il regime la propaganda e i mezzi di comunicazione di massa?
Il regime utilizzava la propaganda per costruire consenso, disciplina e identificazione collettiva.
Gli strumenti principali erano giornali, radio, cinema, manifesti, scuola, cerimonie pubbliche, architettura, organizzazioni giovanili e adunate di massa.
La propaganda presentava il fascismo come forza di ordine, modernizzazione, unità nazionale e grandezza imperiale. Mussolini veniva rappresentato come capo politico, uomo d’azione e simbolo dello Stato.
I mezzi di comunicazione non avevano solo funzione informativa. Servivano a creare un linguaggio comune, una memoria comune e una rappresentazione unica della realtà politica.
Il regime usava anche simboli, rituali e riferimenti alla romanità: fasci littori, saluto romano, aquile, marmi, uniformi, parate e richiami all’Impero romano.
Cos’era l’Opera Nazionale Balilla e come veniva controllata l’educazione dei giovani?
L’Opera Nazionale Balilla fu istituita nel 1926 per organizzare l’educazione fisica, morale e politica dei giovani.
Inquadrava bambini e ragazzi in strutture divise per età. Attraverso esercizi fisici, uniformi, marce, attività paramilitari e insegnamento ideologico, il regime cercava di formare giovani fedeli allo Stato fascista.
La scuola venne progressivamente orientata verso gli obiettivi del regime. I libri di testo furono controllati, gli insegnanti vennero sottoposti a giuramento di fedeltà e l’educazione divenne uno strumento politico.
Il punto centrale era la formazione dell’“italiano nuovo”: disciplinato, patriottico, fisicamente preparato, inserito nella comunità nazionale e fedele al regime.
Perché l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria?
L’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne necessaria soprattutto nella pratica sociale e lavorativa.
Per lavorare nella pubblica amministrazione, ottenere incarichi, fare carriera, accedere a determinate professioni o partecipare pienamente alla vita pubblica, la tessera del partito diventò spesso indispensabile.
Non tutti gli iscritti erano necessariamente militanti convinti. In molti casi l’iscrizione era uno strumento di adattamento al sistema, una condizione utile o necessaria per evitare esclusione professionale e sociale.
Il partito diventò quindi un mezzo di selezione e controllo della classe dirigente e della società.
In cosa consisteva la politica di italianizzazione forzata delle minoranze?
La politica di italianizzazione forzata riguardava soprattutto le minoranze tedesche, slovene e croate presenti nei territori annessi o di confine.
Il regime impose l’uso della lingua italiana nella scuola, negli uffici pubblici e nella vita amministrativa. Vennero modificati nomi di luoghi, cognomi, insegne e istituzioni locali.
Le lingue minoritarie furono limitate nella scuola e negli spazi pubblici. Le associazioni culturali non italiane vennero controllate o sciolte.
L’obiettivo era uniformare culturalmente e linguisticamente lo Stato, riducendo le identità locali considerate incompatibili con l’idea di nazione centralizzata.
Cosa stabilivano i Patti Lateranensi del 1929 tra lo Stato e la Chiesa?
I Patti Lateranensi furono firmati nel 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede.
Essi chiusero la questione romana, aperta nel 1870 con la presa di Roma da parte dello Stato italiano.
I Patti comprendevano tre elementi principali:
- Trattato: riconoscimento della sovranità della Santa Sede sulla Città del Vaticano.
- Convenzione finanziaria: compensazione economica alla Chiesa per la perdita dello Stato pontificio.
- Concordato: regolazione dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica.
Con i Patti Lateranensi, la Chiesa riconobbe lo Stato italiano con Roma capitale, mentre lo Stato riconobbe il ruolo del cattolicesimo nella società italiana.
Per il regime fu un successo politico perché stabilizzò i rapporti con la Chiesa e ampliò il consenso presso il mondo cattolico.
Come veniva controllata la cultura e la stampa attraverso il Minculpop?
Il Minculpop, Ministero della Cultura Popolare, era l’organo incaricato di controllare stampa, propaganda, cinema, radio, editoria e produzione culturale.
Il ministero dava direttive ai giornali, controllava le notizie, censurava contenuti non graditi e orientava il modo in cui il regime doveva essere rappresentato.
La stampa non era libera di presentare autonomamente la realtà politica. Doveva seguire l’indirizzo stabilito dal regime.
Il controllo non riguardava solo la censura negativa, cioè ciò che non si poteva dire. Riguardava anche la costruzione attiva di contenuti: celebrazione del duce, successi del regime, imprese coloniali, ordine sociale, romanità, disciplina nazionale e superiorità del modello fascista.
Politica economica e coloniale
Qual era l’obiettivo della politica economica dell’autarchia?
L’obiettivo dell’autarchia era rendere l’Italia il più possibile autosufficiente dal punto di vista economico.
Il regime voleva ridurre le importazioni, aumentare la produzione interna, sviluppare industrie nazionali e limitare la dipendenza dai mercati stranieri.
L’autarchia divenne centrale soprattutto dopo le sanzioni della Società delle Nazioni per la guerra d’Etiopia.
Sul piano politico, l’autarchia corrispondeva all’idea di uno Stato capace di dirigere l’economia in funzione dell’interesse nazionale.
Sul piano pratico, incontrò limiti forti perché l’Italia disponeva di poche materie prime, poca energia e una struttura industriale inferiore rispetto alle grandi potenze europee.
In cosa consistevano la Battaglia del grano e le bonifiche integrali?
La Battaglia del grano fu una campagna lanciata dal regime per aumentare la produzione nazionale di frumento.
L’obiettivo era ridurre le importazioni di grano e rafforzare l’autosufficienza alimentare del Paese.
La campagna portò a un aumento della produzione cerealicola, ma ebbe anche effetti squilibrati, perché in alcuni casi spinse a coltivare grano in zone meno adatte, riducendo lo spazio per colture più redditizie o più coerenti con il territorio.
Le bonifiche integrali furono interventi di trasformazione di aree paludose o improduttive in terre coltivabili e abitabili.
L’esempio più noto fu la bonifica dell’Agro Pontino, con la fondazione di nuove città come Littoria, oggi Latina.
Queste opere avevano una funzione economica, demografica e propagandistica: aumentare le terre coltivabili, organizzare nuovi insediamenti e mostrare la capacità dello Stato di trasformare il territorio.
Cos’era lo Stato corporativo e come sostituì i sindacati liberi?
Lo Stato corporativo era il modello con cui il fascismo cercò di organizzare i rapporti tra lavoratori, imprenditori e Stato.
L’idea era superare il conflitto tra capitale e lavoro attraverso corporazioni divise per settore produttivo. Dentro queste strutture dovevano essere rappresentati sia i lavoratori sia i datori di lavoro, sotto il controllo dello Stato.
I sindacati liberi furono aboliti e sostituiti da sindacati fascisti riconosciuti dal regime.
Lo sciopero e la serrata furono vietati, perché il conflitto sociale non doveva più esprimersi liberamente, ma essere regolato dall’alto.
Nel modello corporativo, l’economia non veniva lasciata al libero mercato puro, ma nemmeno socializzata secondo il modello marxista. Proprietà privata e impresa restavano, ma venivano subordinate agli obiettivi generali dello Stato.
Quali furono le tappe e le conseguenze della guerra d’Etiopia 1935-1936?
La guerra d’Etiopia iniziò il 3 ottobre 1935, quando l’Italia attaccò l’Impero etiopico partendo dalle colonie italiane in Eritrea e Somalia.
L’obiettivo era conquistare l’Etiopia, ampliare l’impero coloniale italiano, ottenere prestigio internazionale e cancellare il ricordo della sconfitta di Adua del 1896.
La guerra si concluse nel maggio 1936 con l’ingresso delle truppe italiane ad Addis Abeba. Il 9 maggio 1936 Mussolini proclamò la nascita dell’Impero italiano.
Le conseguenze furono diverse:
- aumento del consenso interno al regime;
- proclamazione dell’Africa Orientale Italiana;
- isolamento diplomatico dell’Italia;
- sanzioni economiche da parte della Società delle Nazioni;
- rafforzamento della politica autarchica;
- avvicinamento progressivo alla Germania nazista.
La guerra d’Etiopia rappresentò il punto più alto della politica imperiale fascista e allo stesso tempo accelerò lo spostamento dell’Italia verso l’alleanza con la Germania.
Perché la Società delle Nazioni impose le sanzioni economiche all’Italia?
La Società delle Nazioni impose sanzioni perché l’Italia aveva attaccato l’Etiopia, che era membro dell’organizzazione.
Secondo il principio della sicurezza collettiva, l’aggressione a uno Stato membro doveva essere contrastata dagli altri membri.
Le sanzioni riguardarono alcuni scambi economici e commerciali, ma furono incomplete. Non bloccarono elementi decisivi come il petrolio e non fermarono realmente la guerra.
Il regime utilizzò le sanzioni anche sul piano interno, presentandole come prova dell’ostilità delle potenze straniere verso l’espansione italiana.
Alleanze, leggi razziali e caduta
Come nacque l’Asse Roma-Berlino e il Patto d’Acciaio con la Germania?
L’avvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista non fu immediato.
All’inizio Mussolini guardava con cautela alla Germania, soprattutto per la questione dell’Austria. L’Italia temeva che l’espansione tedesca verso sud potesse alterare gli equilibri europei.
La situazione cambiò dopo la guerra d’Etiopia. Le sanzioni e il raffreddamento dei rapporti con Francia e Gran Bretagna spinsero l’Italia verso la Germania.
Nel 1936 nacque l’Asse Roma-Berlino, cioè l’intesa politica tra i due regimi.
La collaborazione si rafforzò durante la guerra civile spagnola, dove Italia e Germania sostennero il generale Franco.
Nel 1939 venne firmato il Patto d’Acciaio, un’alleanza militare tra Italia e Germania.
Il Patto legava i due Paesi in caso di guerra e inseriva l’Italia in modo più diretto nel sistema di alleanze tedesco.
Cosa prevedevano le leggi razziali del 1938 introdotte in Italia?
Le leggi razziali del 1938 introdussero una legislazione discriminatoria contro gli ebrei italiani.
Le principali misure prevedevano:
- esclusione degli ebrei dalle scuole e dalle università come studenti e docenti;
- esclusione dagli impieghi pubblici;
- limitazioni nell’esercito;
- limitazioni nelle professioni;
- divieto o restrizione dei matrimoni misti;
- limitazioni nella proprietà e nelle attività economiche;
- definizione giuridica di chi veniva considerato ebreo.
Le leggi razziali inserirono nel sistema fascista una classificazione biologica e giuridica della popolazione.
Furono anche collegate al rafforzamento dell’alleanza con la Germania e alla radicalizzazione ideologica del regime nella seconda metà degli anni Trenta.
Quando e perché l’Italia decise di entrare nella Seconda guerra mondiale?
L’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale il 10 giugno 1940, dichiarando guerra a Francia e Gran Bretagna.
Dal settembre 1939 al giugno 1940 l’Italia era rimasta in posizione di non belligeranza, perché non era pronta militarmente ed economicamente a sostenere una guerra lunga.
Mussolini decise di entrare quando la Germania sembrava vicina alla vittoria contro la Francia.
La scelta fu motivata dalla volontà di partecipare alla divisione dei vantaggi politici e territoriali dopo la prevista vittoria tedesca.
L’Italia entrò quindi in guerra per ottenere peso diplomatico, territori e prestigio da grande potenza.
Cosa accadde nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943?
La seduta del Gran Consiglio si svolse nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943.
Il contesto era segnato da sconfitte militari, bombardamenti sulle città italiane, crisi interna del regime e sbarco alleato in Sicilia.
Durante la seduta venne discusso e approvato l’ordine del giorno Grandi, che chiedeva il ripristino delle funzioni costituzionali del re e il ritorno del comando militare nelle mani della monarchia.
L’approvazione dell’ordine del giorno rappresentò una sfiducia politica verso Mussolini da parte dello stesso vertice fascista.
Il giorno dopo, Mussolini fu convocato da Vittorio Emanuele III, destituito e arrestato.
Al suo posto fu nominato Pietro Badoglio.
Cos’è stata la Repubblica Sociale Italiana di Salò?
La Repubblica Sociale Italiana, detta anche RSI o Repubblica di Salò, nacque nel settembre 1943 dopo l’armistizio dell’8 settembre e dopo la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi.
Era uno Stato fascista repubblicano costituito nell’Italia centro-settentrionale occupata dai tedeschi.
La RSI si presentò come ritorno al fascismo delle origini, con richiami repubblicani, socializzazione dell’economia e lotta contro monarchia, Badoglio, Alleati e Resistenza.
Sul piano concreto, però, operò in una condizione di forte dipendenza militare e politica dalla Germania.
La RSI partecipò alla guerra al fianco dei tedeschi e fu coinvolta nella repressione antipartigiana e nella guerra civile italiana.
Come e quando si concluse definitivamente il ventennio fascista?
Il ventennio fascista si concluse in due passaggi.
Il primo fu il 25 luglio 1943, quando Mussolini venne destituito e arrestato. In quel momento finì il regime fascista come governo del Regno d’Italia.
Il secondo fu l’aprile 1945, quando crollò la Repubblica Sociale Italiana.
Il 25 aprile 1945 è la data simbolica della liberazione dell’Italia settentrionale. Il 28 aprile 1945 Mussolini venne catturato e ucciso.
Con la caduta della RSI terminò definitivamente l’esperienza politica del fascismo come potere statale in Italia.